Ero lì seduto sul letto, lei a cavalcioni sopra di me, i
suoi seni si muovevano sinuosamente imperfetti, mentre le mie mani, molto più
timide di quanto non lo fossero mai state prima le accarezzavano distrattamente
la schiena. Dopo settimane, o forse mesi, per una volta ancora i nostri corpi
si univano tra loro, ma solamente loro lo facevano; la mia testa viaggiava
lontana anni luce, osservava il suo viso senza scorgere niente di quello che
voleva lasciare trasparire, come se lo stesse guardando attraverso un vetro,
attraverso uno specchio; in realtà ciò che vedevo era solo la trasposizione di
me stesso riflessa sul suo viso. Ero distratto, assente, non meno di quanto lo
fosse lei e il nostro rapporto, dopo mesi di attesa, era giunto definitivamente
ad una conclusione.
La sera era passata come sempre tra parole e discussioni,
inutili come poche altre volte e forse poco sincere, ma come sempre infinite e
senza tregua, come una serie di mosse studiate a tavolino, una partita a
scacchi dove il primo che cede è l’unico a perdere. Sapevamo entrambi quello
che volevamo e nessuno dei due aveva il coraggio di ammetterlo prima di tutto a
se stesso, le nostre strade, per quanto ostinatamente vicine erano ormai ben
distanti e divise, da qualcosa che tempo addietro aveva stracciato e messo in
crisi un rapporto già di per sé labile e cagionevole.
Senza nemmeno rendercene conto, ci stavamo semplicemente
dicendo addio, nemmeno arrivederci, perché era evidente come ormai fossimo già
entrambi proiettati verso un altro universo, che a posteriori non vi nego
essere assai più complicato di quanto previsto.
Io non voglio essere disfattista o tragico ma, facciamocene
una ragione, l’amore non esiste! Quante volte mi sono trovato a leggere con la
fronte corrugata frasi di scienziati o medici insistenti riguardo alla
necessità di sottolineare che l’amore non è altro che la derivazione di stimoli
ed impulsi chimici che il nostro corpo invia al cervello, beh, in fondo, non
credo che abbiano così torto. Questo è quello che la vita mi sta insegnando
adesso. Siamo solo un ammasso informe di cellule che stimolate nel modo
opportuno ci fanno assaporare il piacere di una bistecca o il fastidio della
luce del sole negli occhi.
Mi sentivo povero ma come non mai, leggero, come se mi fossi tolto un peso
di dosso avevo ricominciato ad alzarmi la mattina senza l’angoscia e il
fastidio di dover rendere conto di quanto facessi nell’arco della giornata a
seguire. Non ero felice ma ero leggero.